
Composizione in ottava rima con le vicende del brigante Magrini di Monticiano (Tipografia E.Ducci di Firenze).
Una pagina de "La Nazione" del giugno 1903 con la cronaca di un'aggressione del Basilocco.

Il fabbricato della Serratina prima della sua ristrutturazione del 1997.
Le armi del brigante Magrini facenti parte della collezione di Giuseppe Marrucchi.
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IL BRIGANTE MAGRINI DETTO IL BASILOCCO Cronaca della morte del brigante alla Serratina Il 15 febbraio 1904 un confidente dei carabinieri si recò a Chiusdino e riferì al tenente Arturo Pometti che il brigante Magrini detto il BASILOCCO era stato visto entrare nella casa colonica del podere della Serratina appartenente alla Tenuta di Peruzzo di proprietà del Cav.Marrucchi in frazione di Roccatederighi, comune di Roccastrada. Nella casa colonica viveva con la famiglia il capoccia Gildo Pecorini, al quale probabilmente il bandito aveva chiesto cibo ed ospitalità. Il tenente Pometti avvisò subito a
sua volta il maggiore Lombardi, comandante del servizio speciale, e i due
ufficiali lasciarono Chiusdino e si diressero, sotto l’imperversare di una bufera di pioggia, alla volta di Roccatederighi. Nel frattempo da quella
località si mossero il comandante della stazione, brigadiere Malevolti,
con quattro uomini (i carabinieri Gori, Tudini, Romanin, Coppola ) e il
brigadiere Paoletti, comandante la squadriglia mobile di Chiusdino,
mentre da altra zona partì il tenente Casini di Grosseto con tre carabinieri a cavallo. Diversi militari insomma stavano convergendo verso il rifugio
del bandito segnalato dal confidente, ma i primi a giungere alla Serratina
furono naturalmente i carabinieri della vicina stazione di Roccatederighi, i
quali movendosi con la massima circospezione per non allarmare l’ospite
della casa colonica, provvidero a circondare l’edificio, in modo da evitare
comunque la fuga del brigante. I brigadieri Malvolti e Paoletti, e il
carabiniere Gori si appostarono sul lato di tramontana dove era la porta
della casa, mentre i carabinieri Tudini, Coppola e Romanin, si nascosero
sul lato di mezzogiorno verso il quale si aprivano le finestre. “Circa le
ore venti e mezzo – si legge sulla “Nazione” del 19 febbraio che dava i
particolari del fatto – Ulisse Pecorini, fratello di Gildo Pecorini,
capoccia della famiglia colonica addetta al podere della Serratina, ebbe
occasione di uscire dalla casa per recarsi alle stalle per governare il
bestiame. Uscendo lasciò la porta socchiusa che permise ai carabinieri
in appostamento di vedere il latitante che stava a cavalcioni di una
panca prossima al tavolo della cucina, intento a giocare alle carte col
capoccia Gildo Pecorini, e di udire che il latitante (contrariamente a quanto aveva già detto a Gildo Pecorini, conforme esso ebbe dopo a dichiarare) manifestava il proposito di
andarsene, perché diceva di dovere il mattino successivo recarsi in località
abbastanza lontana per riscuotere una forte somma, e dopo andare nella sera ad
una festa da ballo ……” Il Magrini amava giocare alle carte, uno dei pochi svaghi che si concedeva la gente di campagna quando, al calar della sera e dell'oscurità, era praticamente conclusa la giornata lavorativa. Quella fu la sua ultima partita alle carte, ed anche l'ultima partita giocata con le pattuglie che lo cercavano da così lungo tempo. I militari che avevano circondato la casa, sentirono, infatti,
che il brigante non avrebbe passato la notte nella casa colonica, ma che se ne sarebbe
andato alla fine del gioco. Decisero perciò di agire. “Fu allora che i carabinieri
credettero opportuna un’azione immediata, e senz’altro si slanciarono nella casa,
piombando addosso al latitante che, avvertita la presenza dei carabinieri, estrasse la rivoltella, esplose tre colpi che andarono a vuoto perché il brigadiere Malevolti
fu pronto ad afferrare la mano del brigante, deviando la direzione e facendo sì
che i proiettili andassero a infiggersi nelle travi del palco. Intanto il brigante cercava di estrarre con la mano sinistra il pugnale per ferire il brigadiere
Malevolti il quale, di fronte all’accanita resistenza
incontrata, esplodeva senz’altro due colpi di rivoltella sulla
faccia del brigante, che contemporaneamente veniva
colpito dal brigadiere Paoletti con un colpo di fucile da
caccia carico a palla pure sulla faccia, e un colpo di
moschetto carico a mitraglia dal carabiniere Gori. Il
brigante cadde al suolo versando una grandissima quantità
di sangue …”. Il giornale dette poi altri particolari: il
brigante era ben vestito, era armato di una rivoltella di
ordinanza col cordone nero, di un pugnale nichelato con
manico di corno, di un fucile a due canne, di 73 cartucce di
rivoltella e 34 cartucce da fucile. Possedeva inoltre un
cannocchiale, tre portafogli contenenti complessivamente
trecento lire, alcuni ritratti di donna e vari documenti. Un
altro cronista scrisse: “Il brigante si trova tatuato al braccio sinistro con le lettere MDCT, e una figura di brigante con sopra una rivoltella; e tatuato al ventre con serti di fiori … “del sangue non siamo padroni” Così veniva ucciso, presso il podere della Serratina della Tenuta di Peruzzo, all’età di soli 28 anni, il brigante Antonio Magrini detto “IL BASILOCCO” l’ultimo brigante della Maremma della fine dell’Ottocento che aveva ucciso e taglieggiato spargendo il terrore negli abitanti dei vari paesi dell’alta Maremma. (dal libro di Giorgio Batini "O la borsa o la vita! storie e leggende dei briganti toscani")
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